(13 dicembre Santa Lucia )
La sera precedente noi ragazzi andavamo a letto per tempo, dopo aver cercato di evitare ogni fallo, ogni cagione di malcontento nella Mamma, la quale, se fossimo stati cattivi, l'avrebbe fatto sapere alla santa con cui si teneva evidentemente in comunicazioni continue benchè allora la radiotelegrafi non fosse ancora stata scoperta…
Si andava a letto per tempo, e tuttavia mai il sonno ritardava a venire come in quella sera. Dopo che eravamo coricati nei nostri lettucci, e che la Mamma ci aveva rincalzato le coperte e fatto il pio saluto del segno della croce, restavamo con gli occhi spalancati nel buio, e con l'orecchio teso ad ascoltare ogni rumore in un'ansia piacevole fatta di attesa e di mistero.
Giacchè l'asinello della Santa aveva la sonagliera, e verso la mezzanotte udivamo lo squillo rabbrividendo di gioia e di timore per il prodigio che si compiva. Io, che ero il più piccolo, continuavo a credervi anche quando i miei fratelli avevano perduta la ingenuità fiduciosa dell'età prima, e congiuravano in complici accorgimenti coi grandi perchè io la serbassi il più lungamente possibile.
Più che per inclinazione al fantastico e al prodigioso, quella candida fede perdurava in me per una incapacità a supporre che altri mentisse. Era questa una innocenza sui generis, bella e pericolosa, di cui non mi liberai mai del tutto poi nella vita; nè me ne dolgo, nonostante che abbia certi svantaggi. Non riuscivo a concepire, per esempio, che quella sonagliera del celeste asinello fosse fatta squillar dal babbo o da altra persona di cas mentre io ero nel mio letto.
E quando, fatto già grandicello, mi si faceva sentire lo squillo mentre io ancora ero alzato e nessuno della famiglia mancava nella stanza comune, non arrivavo a supporre che altri, un amico, un vicino di casa, fosse incaricato dell'inganno innocente.
E una volta (forse l'ultimo anno che mi si potè far credere la fiaba della Santa Lucia arrivente dal Cielo) che mi si fece vedere, la sera, il fieno preparato per la cavalcatura, e mi si mostrò, la mattina dopo, che il fieno non c'era più, non mi passò nemmeno pel capo l'ipotesi che, durante la notte, o la mattina per tempo, qualcuno l'avesse levato. Anzi ricordo che, tra i sorrisi a stento repressi dei miei, io ci tenevo a constatare quella prova squisita e definitiva, quasi per ingannare me stesso convincendomi che non mi si ingannava…
Giovanni Zibordi, Il Cavallo rosso. Memorie, figure, pensieri, Milano, Bietti, 1933