Comune di Poggio Rusco

Il calendario: | date fisse |date mobili |

La Fiera

( 13 17 settembre )

  • Quant'era bella, quasi 50 anni fa, la fiera del mio paese! Ma era lei ch'era bella, o l'età ingenua della mia vita e della vita nostra paesana in generale, che tutto vedeva con occhi vergini e tutto godeva con animo nuovo?

    Quegli eventi giungevano sospirati come premi di gran pregio, attesi come spettacoli miracolosi. Se ne parlava prima per mesi, si contavano le settimane. Se si doveva farsi un abito, se si aveva una botte di vino buono da mettere a mano, si aspettava per la fiera. Cominciava, già alquanto prima del gran giorno, un'aria diversa, una animazione nel paese, un più affrettato lavoro degli artigiani, specie dei sarti e dei calzolai, dacchè è uso antico e non ancora oggi abolito dai progressi della scienza, che le giornate di maggior festa debbano essere contristate dalle scarpe nuove; un ripulir febbrile delle insegne e delle porte delle botteghe, un rinfrescar di vernici, un ricolorir di tinte sbiadite. Il paese si vestiva in gala come gli abitanti; gli stradini accomodavano le strade, ripassavano i margini delle rive, strappavano l'erba dalla piazza destinata ai baracconi ed ai circhi.

    Verso la fine della settimana arrivavano le carovane dei saltimbanchi, dei giocolieri, delle vedute e dei fenomeni viventi; e l'ingresso in paese veniva festeggiato dai ragazzi che precedevano i carri saltando e battendo le mani in cadenza, e cantavano la loro gioia su un informe ritmo rudimentale.

    Il SABATO della fiera si era già in festa, e un'alacre gaiezza diffusa pareva pregustar moltiplicata la gioia del giorno dopo. I baracconi si aprivano alla prima rappresentazione, le botteghe dei barbieri, fornite (come i caffè) di cortine bianche, addobbo e lusso straordinario, erano piene di avventori che venivano scorticati in gran premura, i negozi aperti ed illuminati fuor dell'usato gareggiavano in esposizione di merce e in sfoggio di pulitezza e di adornamenti. Una botte d'acqua, accolta come una provvidenza solenne, inaffiava la via principale.

    Alle osterie già esistenti si aggiungevano, nel campo adibito alla fiera del bestiame, baracche provvisorie, dove si cuocevano le prime salsiccie (poichè la festa cadeva sul finir di settembre) e si mesceva il primo vin nuovo, un orribile mosto torbido, denso e purgativo, che però molti bevevano con voluttà religiosa, come una primizia salutare con cui libare alla Madre Terra.(…)

    * * *

    La DOMENICA mattina, il paese rigurgitava di gente. Studenti in vacanza che portavano a spasso le ultime mode della città, operai ed artigiani che sfoggiavano l'abito nuovo, e le scarpe con lo scricchiolo; contadini delle valli più remote, e a quel tempo veramente staccate dal mondo, che venivano alla fiera annuale del mio paese pres'a poco come gli abitanti della steppa vanno a quella di Ninj Novgorood. E questi si conducevan seco le mogli e i figli anche piccoli, infagottati nei loro abiti da festa, ed attoniti, per lo spettacolo mai visto.

    I forestieri, invitati dalle famiglie più cospicue del paese, passeggiavano con aria di degnazione annoiata, in attesa dell'ora del pranzo. E, alti sulla folla bruna, spiccavano i pennacchi rossi dei carabinieri in gran gala, che percorrevano lenti e gravi le vie, tenendo d'occhio i giocolieri, le sibille che profetizzavano la vita alle ragazze e ai giovanotti dall'alto di una seggiola, e gli altri cavlieri d'industria che non mancano mai dove si aduna molta folla, cioè molta buaggine umana.

    Gli agricoltori, i negozianti, gli amatori affluivano al campo dove, per pompa per commercio, erano raccolti gli animali; buoi ben tenuti e candidi, dalle corna adorne di nastri rossi, e vitelli, e cavalli, e cavalle seguite dai puledrini malcerti sui lunghi trampoli delle esili gambe, e maiali e maialini rosei e graziosi, che laceravano l'aria coi loro gridi quando i contrattanti, per cavarli o rimetterli nelle ceste, li afferravano in alto, tal quale si vede i soldati del Re Erode far dei bambini, nella strage degli innocenti. Per le vie adiacenti al paese, fra urli bestiali e schiocchi di frusta correvano, o tenuti dal cozzone per la cavezza, o attaccati a carrettella, i cavalli in prova, mentre le baracche vicine tumultuavano di mercanti, di acquirenti, e di sensali che contrattavano giurando, sagramentando, e trincando secondo il loro costume.

    * * *

    Nel dopo pranzo, la fiera, che al mattino era stata più propriamente commerciale, si tramutava in ritrovo di puro spasso, la ressa cresceva, venivano al paese le massaie e i vecchi i suonatori dei baracconi soffiavan più forte nei loro stromenti, i gridatori rinforzavan la voce, le sonnambule arrochite sembravano invasate dal propfetico Nume, i ragazzi suonavan le loro trombette e i loro organini, la gente si salutava, scherzava, burlava gridando; una specie di lieto furore collettivo, un'ebbrezza di cibo, di vino, di suoni, di luci, una gioia, o una voglia di esser giocondi per amore o per forza, un'autosuggestione di allegria invadeva quella folla di giovani e di donne e di adulti che tornavan giovani, e di vecchi che ringalluzzivano, in un'ora di frenetica febbre di vita. (…)

    * * *

    La fiera non finiva la domenica; anzi il LUNEDI' lo svago era maggiore, la banda suonava in piazza, i fuochi artificiali solcavano l'aria, e le coppie facevan all'amore passeggiando su e giù per il paese quasi in un pubblico e ufficiale fidanzamento. (…)

    A tarda ora il paese si vuotava e si quetava, i lumi si spegnevano, le osterie si chiudevano, e solo qualche canto di avvinazzato o qualche rissa di ubbriachi rompeva la pace della notte. Il MARTEDI', la fiera aveva la sua appendice. Si prendevan vacanza e svago coloro cui la ricorrenza aveva richiesto più intenso lavoro. Gli studenti, le signorine, i forestieri e invitati, visitavano i baracconi, invasi nei giorni precedenti dalla turba volgare; si degnavano di fare un giro in giostra, di tirare alle pipe di gesso col [in corsivo], e persino di farsi strologare per celia da qualche pitonessa. Generale e quasi obbligatorio era l'uso dei doni reciproci pagar la fiera e attraverso i doni s'intrecciavan talvolta i laci d'un romanzetto, stretti meglio di poi nei giri della danza, ai festini di famiglia che la buona società del paese dava per sè, nel suo piccolo Olimpo.

    Poi a poco a poco la fiera moriva, i baracconi partivano, quei che rimanevano fecevano affari sempre più magri, qualche compagnia di guitti si arenava per debiti, e veniva disincagliata e invitata ad altri lidi mercè una colletta filantropicamente promossa dagli esercenti creditori, e il paese ripigliava la sua vita e la sua fisionomia consueta. Solo restavano, fino a che non fossero divenute di un troppo oscuro candore, le cortine bianche alle botteghe dei caffè e dei barbieri.

    Giovanni Zibordi, Il Cavallo rosso. Memorie, figure, pensieri, Milano, Bietti, 1933

.