La Quaresima, coi suoi digiuni, col suo vitto di magro, coi suoi radicchi amarissimi e depurativi, era allora tuttavia una regola religiosa ed igienica, che aveva la sua ragion d'essere, e la sua efficacia riparatrice alle scorpacciate solenni con cui quei nostri padri celebravano così le santissime feste natalizie come le ricorrenze carnevalesche.
Ma, fuor dalle case ove le tavole copiosamente imbandite radunavano i ghiotti commensali, il carnevale si riversava nelle strade e folleggiava per le piazze. Della maschera, i poveri profittavano per mendicare decorosamente. Ricordo l'uso di girare di corte in corte, mascherati alla meglio, con un piuolo appuntito, nel quale le massaie infilavano un pezzo di lardo: quasi unico condimento allora, nelle nostre campagne, per far la minestra.
Altre comitive giravano per diletto a visitare parenti ed amici, ad accostar fanciulle amate in segreto,e a dichiarar loro copertamente il proprio amore. Ma nell'ultima domenica e nel martedì di carnevale il concorso maggiore era nel paese, dove si faceva il corso mascherato, tra allegrezze e chiassi indicibili. Le varie comitive allestivano carri addobbati, e vi rappresentavano soggetti storici o scherzosi, etalora satirici e di attualità, non senza strascichi qualche volta non lieti. Chi aevva un equipaggio un poco decente, un cavallo o una pariglia che si levasse dal comune per bellezza e vivacità, sfoggiava nel corso, col veicolo ripulito e infiorato, col cavallo agghindato di nastri la briglia e la coda; e i destrieri anche solitamente pacifici, acquistavano brio e pose di fierezza tra quel frastuono d'inferno; e qualcuno di sangue più generoso e più bene addestrato s'impennava e corvettava e caracollava, e le donne e le fanciulle ammiravano, e ai giovani aurighi brillava il cuore d'orgoglio. Era pur un ultimo avanzo del bel Medio Evo cavalleresco, dove c'era un simulacro, un'ambra di bravura e di pericolo…
Coriandoli e aranci e proiettili men nobili s'incrociavano per l'aria, da veicolo a veicolo, dai carri ai pedoni, dalla strada alle finestre; finchè l'oscurità cadente poneva fine allo spettacolo, cui nella sera succedevano le danze. Oh, non tango, fox-trott o jazz-band, ma i balli tradizionali, polka, mazurca, e valtzer, sempre in quell'ordine; la polka, il ballo di tutti, come più facile; la mazurka, il ballo degli innamorati, molle e dolcemente malinconico; il valtzer, turbinoso ed arduo, serbato alle coppie più agili e destre.(…)
Oltre a questi balli fondamentali, e al galop che chiudeva la festa, si danzava il scottish, placido e garbato, e il Kegel, specie di quadriglia più alla mano; e quanto più il ritrovo era popolare) la furlana o gagliarda; quella che Pio X, altempo che il tango lascivo era calato fra noi, raccomandava di rimettere in uso come danza delle buone tradizioni innocenti; aspro cimento dei garretti, e figurazione, anch'essa, di una conquista d'amore, ma misurata e pudica.
Nelle campagne si vedevano altri antichi ballia foggia di rustico minuetto, non privi di grazia, a cui finivano per partecipare, dopo molte ripulse e richieste, donne anziane e anche vecchie, valide e rubizze, che meglio ne ricordavano le norme caratteristiche; e non occorre dire come intorno ad esse si levassero alle stelle l'applauso e lo schiamazzo.
Giovanni Zibordi, Il Cavallo rosso. Memorie, figure, pensieri, Milano, Bietti, 1933