Comune di Ostiglia

Il calendario: date fisse

Natale

(25 dicembre)

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Aia Madama festeggiava Natale secondo i buoni insegnamenti del passato.
La notte della vigilia, la notte santa del nascimento, una compagnia di cantori, uomini e donne, si riuniva, andava in lenta processione al paese.

Era l'ora della cena: si compiva il primo rito natalizio.
Le vie erano deserte, le case e le botteghe chiuse, le finestre illuminate: il paese mangiava in un raccoglimento solenne. Era l'inverno, l'inverno nudo e crudo delle favole e delle oleografie, col lenzuolo candido della neve, gli alberi scheletriti, l'aria fosca, le fonti strette dal gelo.

Traspariva dalle finestre un lume blando: sotto la lucerna a petrolio, intorno alla tavola imbandita, ogni famiglia godeva del sentirsi unita, concorde, con l'anima aperta alla bontà, al compatimento, al perdono delle offese: gli assenti eran tornati per brev'ora, eran venuti alla casa dei vecchi anche i figli con le spose e i piccini: i vecchi volgevano gli occhi pacifici, sodisfatti sulla figliolanza raccolta: tre generazioni attestavano la santità della festa che non muta.

Allora si spandeva nella notte cristiana il canto della compagnia. Sotto le finestre delle case, le voci bianche delle donne annunziavano i re Magi:

Noi siamo i tre re,

Venuti dall'oriente

Per adorar Gesù.

Care memorie. I bambini s'affacciavano ai vetri, con un piccolo timore delizioso, imaginando di vedere i re della leggenda, con le lunghe barbe bianche, ammantati d'oro e di gemme, e il corteggio orientale che portava su cuscini di porpora i doni al Re dei Re.

Intorno alla tavola si taceva un poco gravi, un poco commossi, nella mollezza della digestione nel tepopre della stanza ben riparata. Fuori, la neve cadeva a fiocchi radi, nell'aria squallida, nel rigore della notte animata dal vento.

Le voci degli uomini sorgevano dal profondo, larghe, lente, oranti.

O gente, o buona gente,

Tu che in camera stai serrata,

Qui di fuori che tira lo vento

Ci sentiamo lo core giazzar.

Erano poveri, erano soli, nella neve, nel freddo. Avevano fame, avevano sete: domandavano un po' di caldo, il sorriso dell'amicizia, la mano della fratellanza, nel nome del Signore bambino che aveva redento sulla Croce gli uomini di buona volontà.

Le voci bianche gemevano:

Fate la carità,

Benedetti da Dio.

Altre voci lotane tremavano di malinconia:

Dare e non dare,

E' la notte di Natale.

Più prossimo, un coro implorava col ricordo di Colui ch'era giusto onorare:

Questa notte nasce in terra

Gesù Cristo redentor.

Le donne s'inginocchiavano sulle soglie delle porte, battendo lievi con le nocche, in un respiro lungo di passione:

Padron di casa,

Se l'adorazion vi piace,

Fate l'elemosina,

Chè n'andaremo in pace.

Il più vecchio della famiglia, l'avo taciturno, volgeva intorno gli occhi onesti e tardi, consentendo al rito caritatevole. Era spalancata la porta, i cantori entravano in cucina, i servi affrivano i resti della cena. Si beveva, in piedi, il bicchiere della fraternità. Poi il coro usciva, ringraziando, dando convegno per l'anno venturo:

Quest'altr'anno,

In questa sera istessa,

Verremo a festeggiare

Con canti, suoni ed allegrezza.

Le voci lontanavano, si sperdevano, il vento le rimandava fioche, svanivano.

Tomaso Monicelli, Aia Madama. Novelle e costumi paesani, Ostiglia, La Scolastica, 1912.

 

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