Comune di Ostiglia

Il calendario: date fisse

Sagra del santuario della Madonna della Comuna

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  • Le sagre dei villaggi. Maggio, il bel maggio, fioriva sui davanzali delle finestre, sulle prode dei fossi, nei prati, nei campi.
  • I villaggi sperduti nella pianura, con gli esili campanili sbucanti fra il verde dei pioppi, s'ornavano di frasche, di bandiere, di baracche.
  • Era il tempo della sagra. Dal capoluogo sarebbero venuti in folla gli ostigliesi innamorati delle feste campestri. Intorno al santuario della Madonna della Comuna, nel piazzale ambreggiato d' onusti platani, già fin dal sabato sera l'animazione era grande.

  • Calò il sole in un cielo purissimo, di perla. Il crepuscolo fu lungo, tepido e calmo, senza vento, senz'afa. Nella chiesa, parata di rosso, illuminata da grosse candele gialle, la Madonna miracolosa apparve per un istante nella sua nicchia, bruna, riccamente ammantata, scintillante di gioielli, come un idolo barbaro. I villici e i venditori invocarono dalla sua grazia due belle giornate di sole per la Pasqua di rose. L'alba della domenica e del lunedì, il giorno sacro alla celebrazione, sursero splendide. Viva Maria! (…)
  • Dall'argine di Campana si dominava la strada che scende al Santuario, gremita di gente, coronata da due lunghe fila di baracche. Venivano incontro alla folla ostigliese suoni grassi d'organo, nenie gutturali di fisarmoniche, rauchi sibili di trombette, un frstuono infernale.
    I venditori tentavano di soverchiarsi a vicenda in una gara furibonda di grida: ritti su carri, su sedie, su palchi improvvisati, con la gola gonfia e la bocca spalancata, si sbracciavano in un supremo sforzo, accaldati, grondanti.

  • Un numero infinito di sibille, la più parte giovani, dai capelli bruni e ricciuti, lacere, sporche, con bimbi cenciosi alle gonne, predicevano la buona ventura, sgranando con voce monotona, gli occhi volti altrove, le loro profezie. Nella piazza del villaggio girava una giostra, tirata da un cavallo bianco, scheletrito, piagato sulla schiena.

  • Nel cortile del santuario, sotto il porticato che serve di vestibolo alla chiesa, s'allineavano le baracche dei venditori d'imagini sacre, di corone, di ex-voto, di candele rosse e gialle, di torce dipinte. Le osterie avevano esposto le loro tavole fin sulla soglia del Santuario: si beveva e si mangiava: uova sode, salame, formaggio: vin razzente di pianura, tutto sale.

  • Contro il muro esterno della chiesa c'era un bersaglio: si tirava a distanza di cinquanta metri contro un tacchino stranazzante nel mezzo d'un fossato: il tacchino preso dall'epilessia si contorceva smaniando: i tiratori accaniti tentavano invano di colpirlo con un vecchio fucile rugginoso, dalle cui canne le cartucce di calibro diverso uscivano senza direzione, alla ventura.
  • Le campane invitarono alla benedizione, alte e serene sul tumulto volgare degli uomini. Il giorno declinava: era un tramonto di grazia. Nel cielo tutto d'oro l'ombra pareva assorbire la luce, impregnarsi d'essa, distenderla negli spazi immacolati come un velo di candore. Tutto fu bianco, innocente, divino. Nella chiesa già oscura le candele tremolavano di mille rosse fiammelle come mosse da un unico soffio, dal'aura del canto che i fedeli levavano alla gloria della Vergine.
  • Tomaso Monicelli, Aia Madama. Novelle e costumi paesani, Ostiglia, La Scolastica, 1912
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