Comune di Bagolino

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il Carnevale di Bagolino
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( Carnevale)

  • Carte tematiche[Cibi][Danze][Doni, scambi e donatori]

  • Ballerini e màscar

  • da Francesca Cappelletto, Il Carnevale.
    Organizzazione sociale e pratiche cerimoniali a Bagolino
    Brescia, Grafo edizioni, 1995

  • su licenza dell'autore

  • Durante il lunedì e martedì di Carnevale le azioni dei màscar si svolgono parallelamente a quelle dei ballerini, senza interferenze, se non occasionali.

  • La proibizione che i due gruppi festivi si mescolino appare più forte di un tempo, quando ai màscar era permesso accodarsi alle compagnie di ballerini, soprattutto a quelle numericamente più scarse (”li lasciavano andar dentro quando non c'erano a basta ballerini”), ma mai nel ruolo di primi capi.

    In passato i màscar avevano le loro compagnie, con due violini, una chitarra e un basso (”facevano le squadre”, “avevano i suonatori apposta”) e giravano per le case accompagnati dai suonatori; erano però privi di capi: “non li mettevano in ordine”, “saltavano” di qua e di là, 'na òlta sul pir, 'na òlta sul póm (una volta sul pero, una volta sul melo).

    I màscar seguivano il corteo dei ballerini e li incitavano vociando e facendo schiamazzi (gusà).

    Oppure si mettevano a lato della compagnia di ballerini e danzavano anche loro, “facevano le mosse dei ballerini, precisi”, “menavano i bastoni”.

    Anche oggi, il lunedì e il martedì, può accadere che due o tre màscar si mettano alla coda del corteo danzante a mimare parodisticamente le mosse dei ballerini, ma di solito vengono allontanati da questi al grido di “föra i màscar dalla compagnia!”.

    I màscar, dicono i ballerini, minacciano di portar disordine nelle loro file; in realtà, si tratta di lievi azioni di disturbo, subito arginate, che non sfociano mai in scontri.

    Il lunedì e il martedì rappresentano anche per i màscar i giorni centrali della festa, non tanto perché in questo arco di tempo essi compiano azioni speciali rispetto a quelle delle precedenti uscite in maschera, quanto piuttosto perché escono per le strade numerosi e affollano il corso principale fino a notte tarda.

    A cominciare dalle prime ore del pomeriggio del lunedì i màscar si ritrovano a piccoli gruppi di due o più persone e si vestono rispettando regole che garantiscono l'anonimato nei riguardi persino della propria famiglia.

    L'anonimato veniva mantenuto anche tra fratelli (”non si facevano vedere l'uno con l'altro, andavano uno da una parte, uno dall'altra”).

    In genere si radunano nella casa di un màscar e si travestono, eventualmente dopo aver oscurato le finestre.

    Per rendere ancora più improbabile un eventuale riconoscimento può succedere (ma solo da quando la divisione tra i due quartieri si è attenuata) che i màscar di Caprile vada a travestirsi nella casa di uno di Visnà, o viceversa.

    Le squadre di màscar si formavano sulla base dell'appartenenza sociale e territoriale (”si selezionavano”).

    Così, c'erano squadre di plasaröi (coloro che abitano in paese -lett. in piazza-, contrapposti ai contadini) e di scuciù (persona che svolge diverse mansioni nella malga, usato come epiteto negativo per distinguere i contadini e i pastori dagli abitanti della piazza); nel contempo, “quelli della Valle Dorizzo” andavano “con quelli della Vallo Dorizzo”, “quelli di Maniva con quelli di Maniva”.

    Ogni squadra era capeggiata da un màscar che prendeva l'iniziativa in relazione ai percorsi da seguire, ma non si trattava di gruppi rigidamente conformati: le squadre si scioglievano e si ricomponevano, e cambiare squadra non era infrequante.

    Dal periodo seguente la seconda guerra mondiale (secondo alcuni informatori prima) è attestato il travestimento femminile, benché limitato a una dozzina di donne in tutto il paese, per quanto ci è stato possibile documentare tutte appartenenti a famiglie di plasaröi e non di contadini.

    La chiesa esercitava un controllo rigido: se queste donne venivano identificate, si dice, erano quasi scomunicate, espulse dall'oratorio”.

    Organizzate in gruppi solo femminili (la tendenza era quella di non unirsi a squadre maschili per preservare meglio l'anonimato), si limitavano a girare per le strade, evitando di frequentare le cucine per non essere riconosciute.

    Oggi molte donne si travestono da màscar, mentre il ruolo di ballerino è rimasta una prerogativa solo maschile.

    Singolarmente o a gruppi di due, tre o più individui, le maschere percorrono le vie del paese, “girano per lungo e per largo” (i girùla).

    Camminando in modo caratteristico, goffo, ingobbendosi, con un'andatura talvolta zoppicante e strascicata (”vanno storti per non farsi conoscere nell'andata”), appoggiandosi ad un bastone e marcando il passo, che talora si trasforma in corsa leggera, in modo da produrre un forte rumore con le suole chiodate.

    Sembra che in passato ciascuna squadra rimanesse nel proprio quartiere (”non passavano i confini, invece adesso girano dappertutto”).

    I volti rappresentano invariabilmente quelli del vecchio e della vecchia e spesso si presentano a braccetto, imitando una coppia di sposi che va a passeggio o rappresentando il momento del matrimonio, con il corteo al seguito.

    Quasi sempre portano con sé ed esibiscono in modo plateale strumenti da lavoro e utensili connessi alle attività domestiche tradizionali, soprattutto culinarie.

    Tra questi prevalgono pentole di rame, mestoli e recipienti, forconi, falci, rastrelli, gabbie e trappole per uccelli e campanacci, od oggetti da trasporto, gerle, zaini, ceste, bilancieri, carretti, carriole e slitte.

    Alcuni arnesi sono potenziali fonti di rumore, che i màscar prescelgono ed esaltano.

    Ad esempio, fanno risuonare prolungatamente i campanacci, trascinano sul selciato un tronco d'albero, o una slitta, o carretti ormai in disuso dalle ruote di ferro cigolanti.

    Molti màscar si limitano a mettere in mostra e/o a mettere in azione questi oggetti e arnesi, camminando avanti e indietro per il corso principale.

    Altri, invece, si dedicano a vere e proprie rappresentazioni, talvolta itineranti, di cicli lavorativi connessi alla famiglia contadino-pastorale.

    Le scene di origine lavorativa rappresentate con maggior frequenza riguardano il boscaiolo che trascina e sega tronchi d'albero, il pastore, la filatrice di lana, l'uccellatore che porta sulla testa galline o volatili rinchiusi in gabbie che alla fine della giornata, stando a quanto affermano alcuni informatori, venivano uccisi e consumati.

    In altre scene viene imitata la mungitura, la falciatura e attività artigianali come la preparazioen degli zoccoli di legno.

    Durante il Carnevale del 1988 un gruppo di màscar aveva organizzato la messa in scena delle attività casearie.

    Su un camion con appesi oggetti connessi alla vita pastorale tra cui treppiedi pe rmungere, vari tipi di secchi per il trasposto e la lavorazione del latte, campanacci e fasce per dare la forma al formaggio, tre màscar si davano da fare senza sosta a fingere di versare il latte nella mastéla, spannarlo con la spanaröla, rimestare un gran paiolo (caldéra), girare la zangola per il burro (màchena del botér).

    Di frequente i màscher imitano il trasloco della famiglia (fa San Martì) che avveniva all'inizio e alla fine dell'alpeggio.

    La vecchia trasposta una cesta in testa, appoggiandola a un sacco riempito di fieno o di foglie secche (bastarèl), con dentro una bambola dalle dimensioni di un neonato e il vecchio trascina un carretto (carèt) con oggetti casalinghi e attrezzi da lavoro.

    Alcune scene hanno carattere espressamente caricaturale, più che per i tipi d'azioni, per il modo in cui vengono presentate.

    L'iterazione stessa di un'attività, eseguita magari con particolare foga, produce l'effetto di svuotare di significato una rappresentazione, rendendola parossistica e, al limite, caricaturale.

    Mi è stato riferito che fino a una ventina di anni fa si usavano altri tipi di mascherate, ad esempio quella della comarìna (ostetrica) e del dottore, della “crocerossa” e del diavolo.

    Sono anche scomparsi i camuffamenti da animale, tra cui il gallo, ottenuto spalmando l'abito di colla e rivestendolo di penne di gallo, il “gallo selvatico”, la gallina che fa le uova (un'enorme gallina di carta che oscillava avanti e indietro cercando di beccare le natiche ai passanti e depositando uova in un cestino), il coccodrillo, l'asino, l'orso accompagnato da un domatore e da altri personaggi che andavano a questuare nelle osterie con la fisarmonica e un piatto per raccogliere le offerte.

    Sono ancora osservabili mascheramenti riconducibili alla tipologia dell' “uomo selvatico” che consistono in travestimenti realizzati con fronde di alberi sempreverdi, oppure con tela di sacco imbottita di foglie di granturco; come parte integrante delle loro esibizioni, questi màscar emettono versi caratteristici, simili a grugniti, e si buttano scompostamente a terra, supini, fingendosi morti.

    Prerogativa dei màscar è quella di fare scherzi a persone conosciute, nelle case che visitano o per le strade, senza rivelare la propria identità.

    L'anonimato viene tenacemente preservato e se un màscar viene riconosciuto è molto probabile che abandoni il gruppo.

    Questi scherzi assumono i contorni di “spedizioni punitive” di gruppo a spese di chi incontrano.

    In genere i màscar avvicinano la vittima emettendo voci in falsetto di tipo gutturale (vus da màscar, o fa el ròcol: ròcol indica sia l'aggettivo rauco che il sostantivo roccolo, ed effettivamente i suoni emessi sono imitativi di uccelli).

    Dopo aver circondato la persona prescelta in modo che non abbia via di scampo, i màscar danno inizio ad una serie di azioni dispettose (dispéc'), come scompigliare e tirere i capelli, pizzicare parti del corpo, strofinare il naso sulla spalla, baciare e accarezzare energicamente il viso, prendere il naso e tirarlo, e soprattutto tocacre gli organi genitali ai maschi, infilare un bastone in mezo alle gambe, mettere la mano a taglio trale gambe delle donne, costringere la vittima a infilare la testa sotto la gonna della vecchia, alzare le gonne alle ragazze e rovesciargliele sulla testa.

    Molti sostengono che in passato gli scherzi verso le donne si connotavano in modo più aggressivo (”i màscar erano violenti”).

    Vari informatori mi hanno riferito come potesse succedere che le ragazze che passavano per la strada venissero prese e buttate nella fontana, mentre un màscar faceva finta di pulire loro il sedere con lo spazzolino usato per il water.

    Ancora oggi alcuni scherzi rientrano in questa tipologia, ad esempio nel Carnevale del 1991 alcuni màscar fingevano di voler usare con le ragazze i clisteri per le mucche.

    In vari casi, gesti di ostentata innocenza, come accarezzare il viso, fungono da paravento ad altri di aggressività non sempre larvata.

    I gesti non diretti espressamente verso alcun individuo in genere rimandano ad azioni connesse alla sfera sessuale o a quella delle funzioni fisiologiche e suscitano sempre ilarità fra i presenti.

    Consistono nel divaricare le gambe, alzare la gonna, spostando in avanti il bacino, fingendo di urinare; muovere un bastone infilato in mezzo alle gambe, alzandolo e abbassandolo, come prolungamento del pene; piegare il busto avanti e indietro muovendo il bacino e dandosi manate sulle natiche.

    Altre azioni sono rivolte unicamente a specifiche categorie di persone, ad esempio i bambini, che usano rincorrere le maschere gridando in senso provocatorio “Pos, pos!” (pozzo) o “Cùa! Cùa!”, che alcuni interpretano come “ubriacone, ubriacone!”; a loro volta i màscar, fingendosi offesi, li inseguono e minacciano di buttarli nel pozzo.

    Un'altra categoria di persone oggetto di attenzioni speciali da parte dei màscar sono le ragazze che hanno rifiutato un'occasione di matrimonio o quelle che hanno due fidanzati contemporaneamente.

    Sembra che in passato il partito respinto, travestito da màscar, si vendicasse proprio nei giorni di Carnevale gettando escrementi umani sulla loro porta di casa (te smerdarò el müs).

    Ma il comportamento che più caratterizza i màscar è lìandare a cucine, a far visita alle case in cui abitano le “giovani donne” (le frétole, frittelle, termine che viene usato nel doppio senso per indicare anche i dolci carnevaleschi).

    Sono visite di corteggiamento (”entravano a fere i complimenti”) alle ragazze alle quali si annunciavano con le loro voci gutturali.

    La “soddisfazione” consisteva proprio in questo, andare nella casa di “una ragazza che interessava”, “farla disperare” con scherzi che, in realtà rappresentavano azioni di corteggiamento; tra queste, quella preferita è toccare e palpeggiare il sedere (palpà el ciül).

    La visita alla casa delle fidanzata può essere fatta per controllare se questa è fedele.

    Vari màscar anziani mi hanno riferito che lo scopo era proprio quello, di vedere se “dava corda” ad altri, se “stava allo scherzo”: “guardavano se s'attaccava con un altro o no”.

    In questi casi due màscar amici si scambiavano gli abiti e ciascuno mandava l'amico dalla propria fidanzata (”si scambiavano le fidanzate”).

    I furti di cibo non erano rari (”entravano nelle case anche per arrangiarsi”), se gli abitanti della casa stavano preparando cibi o ne avevano di già pronti, se ne appropriavano lesti: il màscar “entra, se vede delle mele le prende e se le mette nella gerla”.

    Oggi, quando i màscar entrano nelle case vengono loro offerti vino e dolci.

    In genere prescelgono come interlocutori alcuni membri della famiglia, di solito donne, alle quali praticamente impongono di dialogare e di rispondere agli scherzi.

    Venivano fatte delle dichiarazioni d'amore burlesche (ad esempio un fratello si dichiarava alla sorella) delle quali l'interessato non sapeva cogliere il carattere posticcio.

    L'atmosfera è carica di ilarità, ma è anche avvertibile una sottile sensazione di non sempre larvata aggressività verbale, acuita dal fatto che i màscar non si fanno in nessun caso riconoscere.

    Per loro vigono forti regole di aninimato: quando vanno a cucine offrono alcuni indizi per un eventuale riconoscimento, come può essere il ricordo di un'esperienza vissuta in comune; quasi tutti bevono con la cannuccia in modo da non dover togliere la maschera e non si fanno riconoscere in nessuna occasione.

    Trasferendosi da una casa all'altra o durante il passeggio nel corso principale i màscar si fermano spesso nelle osterie.

    Vi portano amici, conoscenti, o altri màscar che incontrano e li obbligano a offrir loro da bere.

    E' una richiesta che non ammette rifiuto.

    L'invito a bere nei due giorni di Carnevale costituisce un comportamento generalizzato sia dei màscar che dei ballerini.

    Offrire da bere (ma ciò vale anche in un contesto ordinario) viene considerato una stima, cioè un gesto cortese, che esprime apprezzamento per l'ospite; è un'offerta cui non ci si può sottrarre e che va rapidamente restituita (i va a röda, vanno a ruota, una volta paga uno, una volta l'altro).

    Di frequente le maschere si ubriacano per le notevoli quantità di vino bevuto nelle case e nelle osterie e l'ubriacatura viene considerata una prerogativa di questo gruppo festivo (”la prima cosa per i màscar è la ciucca”).

    Lo stesso repertorio di azioni burlesche ha per tema l'ubriacatura: le maschere barcollano e si buttano a terra fingendosi ubriachi fradici.

    All'uso diffuso del vino vengono attribuite le liti che insorgevano soprattutto in passato tra le maschere.

    Queste liti avevano inizio magari da una presa in giro, e si finiva col mettere in piazza tutti i “difetti” del paese; più spesso il motivo che le suscitava erano le gelosie: “si sfogavano tra maschere, per gelosie di fidanzate”.

    Fino alla mezzanotte del martedì i màscar rimangono per le strade.

    Sembra che in passato durante i giorni di Carnevale le maschere rimanessero in giro per il paese tutta la notte; alla mattina, si dice, “svegliavano il paese”.

    Intanto nelle case, soprattutto in quelle dei capoballerini, si ballava (”si usava l'ultima allegria”): senza costume di ballo, “in tre, quattro suonatori andavano nelle case, si ballava fino a mattina”.

    A partire dalla mezzanotte cominciava la cerca del Carnevale.

    Gruppi di persone, indossando un abito ordinario e con il viso in parte annerito da fuliggine, simulando il pianto, andavano in cerca del Carenvale morto per le vie del paese, con una lanterna (la löm), una canna da pesca con appesa un'aringa (rènch) o un mazzo di aringhe in mano e una fune a spalla.

    Usavano dire che, nel caso avessero trovato Carnevale, lo avrebbero preso, legato e riportato in paese.

    Nelle osterie o in famiglia si consumano aringhe crude o arrostite (dopo essere state scottate nell'acqua, vengono messe sulla graticola e poi condite con olio, aceto e sale), uova sode e fagioli.

    La sera del mercoledì i suonatori eseguivano il Bal de la Quaresima, una danza divenuta desueta e reintrodotta di recente nel repertorio del Carnevale.

    Un'oestria situata in paese o le osterie delle contrade del circondario, come quelle di Riccomassimo, Cerreto, sono il punto di ritrovo di bagolinesi che il mercoledì delle Ceneri visi recano in gruppi a mangiare le aringhe.

    L'atmosfera del mercoledì è caratterizzata da trsitezza e quasi da drammaticità.

    Il mercoledì viene definito “un giono un po' malato” perché, come dice un ballerino, “sono tutti appassionati, tutti tristi”: “è un giorno balordo, perché si dice -è finita-”.

    Ma il Carnevale non sembra ancora morto. Il mercoledì è il giorno liminale per eccellenza, come dicono i bagolinesi, “è un giorno di rifinitura”: ballavano il lunedì e il martedì, ma usavano aggiungere (tacàrghe dentro) anche mezza giornata di mercoledì, specie se nei giorni precedenti aveva fatto maltempo.

    I suonatori si mettevano di fronte alla loro porta di casa, “i ballerini andavano a vestirsi, impiantavano la compagnia… quando i ballerini sentono suonare non possono star fermi, bisogna legarli, sennò non stanno fermi”.

    Da circa una decina d'anni i ballerini partecipano ad una cena allestita in un locale pubblico del paese il sabato seguente l'ultimo giorno di Carnevale.

    La sera del giovedì di Mezza Quaresima i ragazzi (da alcuni anni, cioè da quando questa tradizione è stata ripresa, “i giovani dell'oratorio”) vestono la vecchia, un fantoccio di paglia e stracci, la mettono su un carrello e girano per il paese, accompagnati dai suonatori.

    Il corteo raggiunge un campo fuori dell'abitato dove viene fatto il processo e bruciata la vecchia; in passato il luogo dell'abbruciamento era il sagrato della chiesa.

    Nello stesso giorno si usa anche fare una sbiceràta, mangiare latüghe e, da parte di alcuni, uscire in maschera.

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