[Processioni e riti religiosi -ieri-][Propiziazione e terapia -ieri-]
A quei tempi le stagioni non erano ancora impazzite; gli inverni erano lunghi, freddi e disagevoli. La neve faceva la sua prima comparsa già a novembre, per i Morti. Per Santa Lucia le strade erano talmente coperte di neve e ghiaccio, che i genitori dicevano ai loro figli che l'asinello della Santa era scivolato e lei non aveva potuto portare nulla.
Per Natale tutto era avvolto in una coltre bianca e la festa della Natività era più intima, più sentita e più raccolta.
Gennaio e Febbraio erano poi i mercanti di neve; per le strade passava ol tròsol, un triangolo di legno tirato dai cavalli che passando per le vie accumulava la neve ai bordi.
A marzo però la primavera era nell'aria, i prati tornavano verdi e qua e là spuntavano primule, pervinche e pallide violette.
Ad aprile si potevano togliere gli zoccoli per camminare a piedi scalzi, a tutto beneficio dell'economia familiare.
Maggio era caldo ed era davvero un trionfo di fiori e di colori. Proprio in questo mese di tenevano le Rogazioni. Esattamente il lunedì, martedì e mercoledì precedenti l'Ascensione (che si festeggiava di giovedì), per poi celebrare le “Quarantore”.
Al mattino presto i fedeli, dopo aver assistito alla Messa prima, uscivano dalla Chiesa Vecchia guidati dal sacerdote, che portava una croce, pregando e cantando le Litanie dei Santi e si dirigevano verso le campagne che allora circondavano il nostro paese. Si invocava il Signore affinché i frutti della terra fossero abbondanti e la tempesta non distruggesse, in pochi minuti, le fatiche di mesi di duro lavoro.
Allora l'economia di Lumezzane era basata sull'agricoltura e sull'allevamento del bestiame.
Ricordo che si cantava in latino con queste parole: “A fulgure et tempestate, libera nos Domine”, oppure: “Ut fructus terrae dare et conservare digneris, Te rogamus, audi nos”.
Tre erano le mete:
la prima verso Rossaghe, i Matie, fino al Santel dei Morti del Lazzaretto per risalire da via Rango fino alla Chiesa;
la seconda mattina si saliva verso il Colle Aventino con sosta al Santel de le Falie, si proseguiva alla volta di Renzo si tornava dai prati del Veciasì attraverso i boschi e sentieri per ritrovarsi in Chiesa;
l'ultima mattina la processione si snodava verso il cimitero vecchio, su fino al Santel che faceva da confine tra San Sebastiano e San Apollonio, si scendeva attraverso i prati di Promase per raggiungere la Chiesa e ricevere l'ultima benedizione del sacerdote.
Poi tutti a casa per la frugale colazione (erano a quel punto le 7-7,30) e di corsa al lavoro, nei campi o nei piccoli fosenecc. Le ultime Rogazioni si fecero negli anni Cinquanta.
Con I'ultima guerra la nostra economia si trasformò da rurale ad artigianale; pertanto i prati e le bele piane vennero utilizzati per fare strade, case, officine. Con il passare degli anni la popolazione aumentò, i prati rimasero sempre meno e lasciarono posto al cemento che fino ai giorni nostri continua a farla da padrone ed a crescere intorno a noi, quasi a soffocarci. Sì, è vero: siamo diventati più ricchi o comunque meno poveri, ma è legittimo chiederci: non siamo forse impoveriti nei sentimenti? Rispondete, sinceramente, mi raccomando.
Testimonianza di… anonimo