(8/9 agosto San Fermo)
Spesso gli anziani del paese non possono fare a meno di collegare le due feste e di citarle insieme, puntando l'attenzione su somiglianze e differenze. Le famiglie contadine hanno sempre sentito profondamente e sentono ancora la festa di San Fermo, al punto di digiunare il giorno della vigilia (in dialetto fa le hélge).
Molte famiglie si limitano a mangiare cibo condito solo con olio ( fa de oio ), come, per esempio, cornetti, uova, tonno, pasta, ma non formaggio, perché è considerato grasso; mentre i componenti della famiglia Galbardi affermano di aver sempre festeggiato la vigilia, l'8 agosto, cibandosi di pane secco e acqua, sacrificio enorme se si considera che erano tutti contadini - montanari, che quel giorno dovevano lavorare normalmente.
Questa usanza viene ancora seguita dalla maggioranza dei contadini anche la vigilia di Sant'Antonio, nella convinzione che tutti coloro che non la seguono vengano poi puniti. Un intervistato, Albatino Galbardi, per esempio, racconta che una volta una donna incinta osò mangiare anche del companatico e la coperta che aveva sulle ginocchia si bruciò completamente, poiché si trovava troppo vicino al fuoco. Nella credenza popolare San Fermo ( San Férem o San Firmo ) è il giorno in cui si lasciano le bestie “ferme”, a riposo vicino alla mangiatoia ( trahì ), perché c'è il rischio che, non rispettandole, esse si azzoppino e non siano più utili a nulla. Gli animali vengono lasciati liberi e non sono costretti a lavorare; se c'è del lavoro che non può essere rimandato, per esempio raccogliere il fieno, questo deve essere portato a spalle dal contadino con la gerla.
Le modalità della festa sono differenti a seconda che ci si trovi in paese, in cascina, o in malga.
In paese veniva celebrata, anche se in giorno feriale, una Messa alle ore 10 nella chiesa parrocchiale, dove veniva benedetto il sale da dare alle mucche perché facessero latte più abbondante. I cavalli, i muli e gli asini, oggi quasi scomparsi, venivano lasciati nelle stalle e veniva portato loro il fieno.
Infine le famiglie si riunivano per far festa grande, come se fosse domenica, mangiando gallina ripiena, casoncelli, salame con la panna, capù, pàtol e, come dolce, i salta 'n sö. Oggi in paese questa tradizione si sta perdendo e se ne lamentano gli anziani, perché non c'è più devozione per i santi che proteggono gli animali e il lavoro dei campi, e perché i giovani non comprendono più la tragedia costituita dalla morte di un mulo o di una mucca.
Diversa atmosfera si respira ancora oggi nelle cascine e nelle malghe.
Tutti gli animali vengono lasciati riposare: nelle cascine le mucche rimangono nelle stalle e le donne portano loro il fieno, per evitare che si affatichino; nelle malghe vengono invece lasciate uscire nei prati più vicini perché si nutrano dell'erba più grassa e fresca e non si allontanino.
Sul monte Guglielmo il recinto del rifugio era riservato alle bestie per il giorno di San Fermo, così i mandriani lasciavano le mucche libere e nello stesso tempo potevano fermarsi nel rifugio per mangiare e bere insieme. Nelle cascine del monte Guglielmo, del monte Aguina e del monte Culma venivano un tempo celebrate delle messe; mentre oggi viene celebrata una messa in Aguina.
I giorni della tradizioneSi preparava l'impasto alcune ore prima, in modo che potesse lievitare adeguatamente, si dava la forma al pane e lo si copriva con un panno bianco; poi lo si lasciava in un luogo caldo e asciutto, di solito la cucina o la stalla. Intanto si scaldava e si puliva il forno. Con la pala (di latta e con un'impugnatura di legno) si infornava il pane. Tutte le pagnotte venivano disposte all'interno del forno e poi si chiudeva l'antèl di ferro a chiusura quasi ermetica.
Iniziava a questo punto un rito caratteristico: tutte le donne pregavano per la riuscita del pane.
La bugada (il bucato).Il latte scremato, invece, rimasto nelle mastèle veniva messo a scaldare in un paiolo di rame a trenta gradi con del caglio. Quando raggiungeva la temperatura del latte appena munto, lo si toglieva dal fuoco, si attendevano trenta minuti che si condensasse, così si formava la cagiada, che veniva poi ridotta a piccoli frantumi: la féta. Quando la féta si depositava in fondo al paiolo veniva tolta e messa nella fahséra (forma di legno) premendola bene. Questa forma veniva voltata ogni mezz'ora per far uscire il mòl (il siero), che poi era usato per l'alimentazione dei maiali. Dopo 15 giorni era pronto il cadoléf (formaggio fresco), mentre il formài doveva essere lasciato stagionare anche per un anno.
Ol poiàt (la carbonaia)Fino agli anni Venti nei boschi di Zone era molto diffusa l'attività del carbonaio. I carbonai trasformavano la legna in carbone vegetale ottenendo un materiale combustibile molto più leggero e facilmente commerciabile, mediante il poiàt. Esso veniva realizzato nella iàl, piazzola di forma semicircolare situata in un'area limitrofa alla zona di taglio della legna.
Si accatastava la legna e si poneva un palo in mezzo, che fungeva da perno centrale attorno al quale cresceva una struttura conica. Attorno al palo si costruiva il camino di tiraggio e su questo si appoggiava la legna a raggiera, partendo dalla base del palo. La legna doveva bruciare senza ossigeno e perciò si ricopriva il tutto con rami di abete rosso, uno strato di patös (pattume) e terra inumidita.
Completata la catasta, si toglieva il palo centrale di sostegno e si introducevano braci e pezzi di legno. Dopo un'ora dall'accensione il camino veniva otturato ed iniziava la lenta carbonizzazione. Da quel momento bisognava controllare il poiàt giorno e notte per quasi una settimana per evitare che, prendendo ossigeno, si incendiasse, così si costruiva a fianco una capanna per dormire e mangiare vicino alla carbonaia e una capra forniva il latte. Quando il poiàt cominciava ad accasciarsi su se stesso, la carbonizzazione era giunta a conclusione. A completo raffreddamento, il carbone veniva ammucchiato sullo spiazzo