Comune di Orzinuovi

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La processione del Venerdì Santo a Orzinuovi

( Venerdì Santo)

  • Carte tematiche[Strepiti -ieri-]

  • QUELLA PROCESSIONE DI ANIME BAGNATE

  • Nella piazza di Orzinuovi tra lumini e orazioni

  • Venerdì Santo, 20,30 : muove la più imponente processione del Bresciano. Intorno la Passione si illumina dei pensieri solitari di migliaia di persone, di Orzi e dei paesi vicini. La richiesta di perdono, che dura non ininterrottamente per due ore abbondanti, è rischiarata dalle ferite dei Cristi depositati e baciati nelle chiese piccole e grandi della cittadina orceana, appena prima della processione. Subito è scuro. Le schiere della fedelissima pianura rinserrano sul sagrato: … Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Eccola, la processione.

  • Pioveva e tirava vento, cinque volte su sette in una settimana. Cinque il giorno della Passione: cinque il quinto giorno della settimana santa, sera di passione e di processione a Orzinuovi. Poi il sette, il settimo giorno della settimana santa, portava l'azzurro della domenica di Resurrezione. Azzurro, stavolta, anche se avesse piovuto. Un'idea di azzurro che nella pianura sgomina la meteorologia, tanto sfonda l'utopia del chiaro sull'orizzonte vasto della brughiera.

  • A Pasqua c'è il sole e basta. L'eventuale metereologia maligna è virtuale. Ma il venerdì della sconfinata processione di Orzinuovi è acqua e vento, con quell'esercito di uomini e donne e bambini che serra le fila da sud verso il nord del baldacchino. Il baldacchino protetto da un manto di oro facsimile, con quel Santissimo a raggiera che inginocchia tutta la gente, sorpresa sotto i portici della piazza con l'occhio strabico tra la vista del negozio e l'odore d'incenso. E quel Santissimo che chiama a pentirsi per il momento che passa: tutti terziarizzati e colestorilizzati si è costretti alla piega davanti alla paura della morte e al peso di una piccola cattiva coscienza. Oppure da una santità rara su questa terra. Rara anche nella terra lunga delle fatiche padane.

  • Avanza inesorabile come la fine e il perdono, il baldacchino. E dentro si immagina la sagoma inquieta di Monsignor Santi, che fu parroco di Orzi fino agli anni Sessanta, venendo da Travagliato, indomabile nelle sue esternazioni parrocchiali, quasi neoguelfo, eppure con l'intelligenza profonda di un futuro mutevole da guardare in faccia appena finito il trionfo della processione.

  • E la banda, solitamente trovata nel Bergamasco o procurata a Roccafranca, appalta il passo di ognuno: “pum patapum pa pa” : tutti menati in giro da note gravi e ordinate.

  • Che acqua la sera di Passione! Prevalgono le gocce o le teste in processione? Prevalgono i chierichetti, democraticissima schiera di ogni ragazzo di paese, torce turiboli e navicelle, guadagnate dopo anni e anni di messe prime, con quella grande anima di don Antonio a spronare alle presenze, espressivamente, fino a mostrare i denti e le umidità della bocca: “Composti, monelli, che là c'è il Santissimo”.

  • E i chierichetti, figli di don Antonio, via a sfilare composti, pescando lo sguardo dei loro padri e delle loro madri, ospitati alcuni sulle finestre della piazza parate a festa, con lenzuola bianche e tappeti forestieri - i primi - rischiando di bruciare ai lumini. Lumini, sicuri ormai, di onorare la processione sull'accumulo delle loro stesse cere.

  • Avanti, per primi, otto paggi. Figli dei ricchi del paese - era così - segnati a dito dai coetanei come traditori di una comunella preadolescenziale. A seguire le pie donne dell'Associazione cattolica, meraviglia del creato solidaristico, sgolate a salmodiare e zittire i disubbidienti: “Ehi, tu, guarda che il Signore ti vede. Mani giunte, mani giunte, Santo Cielo!”. E dietro il baldacchino i pretini dei dintorni, curati e parroci di prima nomina. Fin quando venne don Gheza, don Vanni Gheza, da Borno, appassionato di anime giovani e tormentato dai palleggiatori della conservazione: un venerdì santo del '68 o giù di lì, mise le tute blu dei metalmeccanici intorno al Cristo, e sollevò, finalmente, commozione e indignazione. Manca il paradosso entusiastico di quel prete pelato, che perdemmo, molti di noi, quando lui perse Orzinuovi, imparrocchiandosi a San Zeno. Obbedendo, in sostanza. Ma le generazioni che vanno oggi dai quaranta ai sessanta settant'anni, debbono molto a quel prete-uomo del venerdì santo, seppellito in un cimitero di montagna, a cui mancano ombre e preghiere della pianura, unanimi e congiunte. Ci andremo un giorno di questi, tutti insieme ?

  • E c'era il vestito fumante di acqua in processione. Il primo vestito della festa. Il primo vestito calamita di una giovane. Il vestito del riscatto sociale.

  • C'era un esame per accedere alla processione e consisteva nella capacità - o nel coraggio ? - di baciare il costato di Gesù, deposto nelle chiesette e nei santuari di qui. Dove baciare, dunque ? “Dove ci sono le ferite, o bestie !”, ci avvertiva il catechista nelle prove di un mese prima. Ma dov'erano le ferite studiate a tavolino, che ora si dovevano individuare al volo, tra l'arrivo del tuo corpo sul corpo di Cristo e la spinta di quello di dietro che reclamava di rispondere al suo esame ?

  • Ora solare, sette e mezza, il cielo sgocciola ed è scuro: la campagna si è già mossa e arriva dai carrubi, gente seria, vestita di scuro, occhi bassi. Eccoci in fila, diciotto davanti a te, baciano una o due volte, o forse tre e via, contenti come una Pasqua. Che carne ha il costato ? Forse carne di cera ? Ti tocca il Cristo, eccolo, è tuo: “… le labbra, lì lì “, suggerisce una suorina appena a nord della corona di spine, che ti salva come quando a scuola chiedevi aiuto.

  • Infine c'era un negozio che traduceva la gioia e il sacrificio di quelle ore. Nel negozio di Mario Bonetti, macellaio amato dalla sua gente per la bontà e lo spirito del suo stare al mondo, si montava una scena di agnelli, vivi e vestiti come mortali, di fronte alla processione a danzare sotto musica. Sopra, altri agnelli confissi e paralleli a ganci d'acciaio, stavano squartati per la mensa della domenica di due giorni dopo. Lì, c'era sangue festoso.

  • Durava il giro perfetto di una piazza - ora si slarga - e metteva tutti in ginocchio. Poi si spegneva nel grembo maestoso della Parrocchiale. E per gli orceani era già festa. Cristo risorgeva in anticipo di ventiquattro ore, grazie al fuso orario di un indimenticabile pianeta processionale.

  • Tonino Zana, 1996

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